
Ultimo capolavoro di musica, parole e immagini:
Oscar Pistorius corre per Negarmaro
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Raffaella ha uno sguardo che pochi possiedono. Dolce, profondo e rivelatore di una grande intelligenza. É una giovane donna piuttosto silenziosa e riservata, ma quando parla, dice sempre qualcosa di autentico e appropriato. Mi piace questo di lei e a volte vorrei trovare la calma interiore che riesce a trasmettere. Nonostante l’apparenza pacata, Raffaella Formillo, pugliese doc, nata a Milano, vissuta a Roma è anche una bella ‘peperina’.. e lo si capisce subito, sin dalle prime righe del suo libro d’esordio.
Tè alla Fragola, Mursia Editore, è rimasto nel cassetto per cinque lunghi anni, silenzioso anche lui, fino a quando Fausto Brizzi, pluripremiato regista del cult movie Notte Prima degli Esami, lo ha trovato tra gli scarti di ‘pseudo’ editori che per pubblicarti vogliono essere pagati (brrr! Mecenate si sta rivoltando nella tomba).
”Il libro che avete in mano – scrive Brizzi nella Prefazione – mi e’ piaciuto davvero. L’argomento non era facile: storie d’amore di ragazzi. Mmm.. gia’ visto, gia’ sentito, ma Raffaella non ha risparmiato energie quando si e’ messa davanti al computer. Ha costruito dei personaggi che ti acchiappano dalla prima pagina, sostenuti e colorati da una scrittura ironica e dialogata, molto cinematografica. Il tutto condito da citazioni pop e minimalismo divertente che piacerebbe molto a Nick Hornby”.
Concordo pienamente! dalla prima riga la tensione è visibile, immagini veloci e ritmo serrato, esattamente come il ritmo di Roma, dove è ambientata la trama. Per me, ex vespa 50s truccata, la propensione ad immedesimarsi è stata inevitabile.. Ho pianto teneramente al culmine del primo capitolo, perchè non c’è tristezza più intensa della fine di un Amore, e contemporaneamente ho capito che Raffaella ha scritto un libro diverso, nuovo direi, che ho divorato in poche ore di poche sere.. E’ un libro da leggere, veramente ironico e in alcuni punti esilarante.
‘Gianni correva sul suo motorino truccato,
per quanto possa correre un Ciao blu del 1989
comprato di seconda mano.’
La storia di Gianni, un burbero dal cuore tenero, e Nina una bella ragazza dagli occhi scuri, di buona famiglia, reginetta del liceo, descrive sogni, passioni e inquietudini dei ragazzi del Duemila in un romanzo dolce amaro. Il loro amore da ventenni sembra incrollabile, dura forte e intenso da quattro anni. Insieme sono una coppia perfetta attorno a cui ruota una vita: gli amici, la politica, l’universita’, il jogging, la chitarra e le bugie. Ma poi qualcosa si spezza. ”E’ strano l’amore. Ha fregato anche me”, dice Gianni.
Raffaella Formillo, nasce a Milano nel 1974 ma è pugliese di Foggia. Vive e lavora a Roma come psicologa, consulente familiare e di coppia. Ha maturato la sua esperienza lavorativa in ambito forense, con i bambini vittime di abuso e le famiglie di adolescenti. Ha vinto nel 2006, per la categoria laureati, il concorso di Pupi Avanti ‘Scrivi l’ultima scena del film La Seconda Notte di Nozze’.
APPROFONDIMENTI:
>>> Intervista a R. Formillo di http://www.viveur.it
In queste ore si parla molto della città di Verona e del triste caso di pestaggio avvenuto lì nei giorni scorsi per cause pseudo-politico-antisemite (antichi, anzi scaduti!!!) e culminato ieri con il decesso di un giovane uomo, dopo cinque giorni di inutili tentativi di rianimazione.
Verona però è tante altre cose, perchè oltre ad essere il capoluogo di una terra calda e molto accogliente, è una città ricca di richiami culturali e turistici, che la rendono bellissima e molto piacevole da visitare. Inoltre RomaLiveMusic apprezza molto Verona per essere la città “Arena Musicale” per eccellenza, perchè ospita ogni anno gli eventi musicali tra più importanti in Italia.
Per conoscere meglio la città di Giulietta e Romeo, presento in questo post, un brano inedito tratto dal libro di R. Piraino VERONA PATRIMONIO DELL’UMANITA’ Itinerari di storia e d’arte, attualmente in stampa.
Non lontano da Santa Maria in Organo e alle pendici del Colle San Pietro, sta Palazzo Giusti con il Giardino, le cui origini risalgono alla fine del ‘400. Svolgendosi parte in piano, dove sorge il palazzo, e parte risalendo il colle, culmina in un belvedere sulla Città di grande suggestione. Nonostante abbandoni, vandalismi e danni causati dalla seconda guerra mondiale, il Giardino è sopravvissuto alle avversità, sia pure mutando in parte d’aspetto. Nel ‘700 il complesso aveva già la forma che, con le modifiche in chiave romantica apportate dopo il 1856, corrette nel restauro del 1930, osserviamo oggi. La disposizione del giardino è documentata dalla stampa pubblicata a Norimberga nel 1714 da Christian Volkamer nelle sue Nurbergisches Hesperides. L’autore tedesco, che fissa l’immagine del Giardino com’era agli inizi del XVIII secolo, restò fortemente impressionato dalle piante di agrumi lì coltivate. La parte più antica del giardino, concepita a hortus conclusus, impostata con gusto geometrico attorno alle fonti d’acqua, è quella in piano.
Attorno alla seconda metà del ‘700 vennero sistemate nel Giardino cinque statue di divinità pagane – Adone, Apollo, Diana, Giunone, Venere – tuttora esistenti, dello scultore veronese Lorenzo Muttoni (1726-1778), poste a presidiare aiuole a disegno geometrico e a volute, secondo la nuova moda dei giardini alla francese seguita anche in Italia quando ebbero notorietà le architetture da giardino realizzate dal celebre architetto francese dei giardini André Le-Nôtre (Parigi,1613-1700). Un lungo viale centrale, fiancheggiato da alti cipressi, collega il varco di accesso al giardino – in asse con il portale d’ingresso del palazzo – con la grotta del genius loci e il sovrastante mascherone e divide l’ampio parterre in due sezioni, a loro volta ripartite in settori quadrangolari, al centro dei quali si aprono fontane e si ergono statue. Lungo il viale trasversale che conduce al muro di cinta orientale, è collocata una raccolta di epigrafi antiche, la più importante ancora in mano privata. Il secondo quadrangolo è occupato dal famoso labirinto in siepi di bosso, disegnato nel 1786 dall’architetto veronese Luigi Trezza. Questo è uno dei rari esempi di labirinto esistenti nel Veneto con quelli delle ville Pisani di Strà (Venezia) e Dona dalle Rose di Valsansibio (Treviso).
Il labirinto fu un’architettura frequente nei giardini antichi. Tornò in auge, carico anche di esoterismi, in età umanistica. Si citano in proposito i disegni del Filerete, ovvero Antonio di Pietro Averlino (Firenze, 1400 – Roma, 1469), che servirono come modelli per le numerose realizzazioni nei giardini rinascimentali. Fiorentino, il Filerete imparò l’arte nella bottega di Lorenzo Ghiberti e condivise con Leon Battista Alberti la convinzione che il disegno è “fondamento e via d’ogni arte che di mano si faccia”. In punti diversi del Giardino Giusti si incontrano un simulacro di Minerva, una statua di Apollo Liricine, ovvero che compie una libagione rituale, una bella statua muliebre scolpita da Alessandro Vittoria (Trento, 1524 – Venezia, 1608). Si tratta della scultura più significativa di tutto il Giardino; all’estremità Occidentale del Giardino i resti architettonici di una fontana della fine del Cinquecento. Costeggiata la neogotica “cascina rossa”, si imbocca una scalinata che porta alla zona un tempo riservata alle serre. Lungo il muro di cinta che segue sono collocate quattro statue grottesche di nani, testimoni del gusto dell’incipiente Settecento. Si ritiene probabile che anche le quattro sculture dei nani siano state eseguite da Lorenzo Muttoni.



Il muro di cinta occidentale del giardino coincide con un tratto superstite delle mura cittadine che il Comune di Verona fece costruire tra il 1130 e il 1153 a protezione dell’abitato a sinistra d’Adige. La nuova cinta comunale si sviluppava in due segmenti: il primo, partendo dal castrum teodoriciano, sbarrava la valle di S. Giovanni, saldandosi allo strapiombo del costone orientale della collina; il secondo tratto serrava la zona pianeggiante tra S. Zeno in Monte e il canale dell’Acqua Morta. oggi interrato. Da S. Zeno in Monte, dove si ergeva la prima torre, le mura scendevano lungo il giardino dei conti Giusti e attraversavano la strada per Vicenza (oggi Via Giardino Giusti), sulla quale si apriva una porta a due fornici, per raggiungere il canale lungo l’odierna via di Porta Organa, dove si vedono ancora un tratto delle mura e il fornice della Porta.
Nelle serre, due statue di gesso: Bacco non bellatorem, ma sostenitore dell’amore accanto al genius loci, e Venere e Amore con un delfino ai piedi, propiziatrice della fecondità. Una terza statua, andata perduta, era dedicata a Cerere, dea della fertilità; giusto per rafforzare l’auspicio affidato a Venere. Autore delle statue e del mascherone all’ingresso della grotta, che evoca una mitica spelonca oracolare pagana, è ritenuto Bartolomeo Ridolfi, veronese, architetto e decoratore, genero di Giovan Maria Falconetto, attivo alla metà del ‘500. Lavorò per Andrea Palladio, ebbe una certa notorietà quando mise in opera i camini grotteschi di Palazzo Thiene a Vicenza, quelli di villa Della Torre a Fumane, e le grottesche nella villa di S. Maria in Stelle, appartenuta ai conti Giusti. Le tre epigrafi per le sculture le avrebbe dettate il giureconsulto Gian Giacomo Zannandrei, dietro richiesta del conte Gian Giacomo Giusti, figlio di Agostino.
La Grotta, «una gran camera incavata a scarpello con riscontri di voci negli angoli», come la descrisse Scipione Maffei, nel 1732 su Verona illustrata, deve aver divertito e impressionato gli ospiti del conte Giusti con il gioco dell’eco, che richiamava la suggestione dei riti divinatori praticati dai pagani. La grotta,con un portale d’ingresso che le dà l’aspetto di un tempietto, rappresentava il mistico domicilio del genius loci, la divinità tutelare della casa. In antico era rivestita di conchiglie, coralli, madreperle e mosaici e offriva giochi d’acqua: insomma era la maggiore attrattiva del Giardino.
Una sorta di torretta campanaria, scavata nel tufo, contiene una stretta scala elicoidale con cinquantuno gradini che permettono di salire alla parte superiore del giardino. Qui c’è il belvedere, un balcone a balaustra con affaccio sopra il mascherone. Dalla Coffee house si gode di un’ampia veduta sulla città. Sul sito, due lapidi con iscrizioni latine ricordano la visita dell’Imperatore Giuseppe II, nel 1782, e un fatto d’armi risalente all’epoca napoleonica.

Per dare seguito al post della scorsa settimana relativo al gonfiabile a forma di maiale, volato via dal “Coachella Music Festival”, durante il concerto dei Pink Floyd, si può dire che è finalmente stato ritrovato… morto purtroppo.
I resti del povero animale sono stati riconsegnati agli organizzatori dell’evento dalle due famiglie che lo hanno trovato a brandelli davanti casa.. Molto fortunati data la ricompensa di 10.000 $ e la quantità di persone che si sono messe sulle tracce del volatile.

ROMA ADORATA.. MA QUANTO SEI ANTICA?
Sabato passeggiando con un caro amico tra i vicoli di Trastevere pensavamo che in effetti, dopo l’elezione del ‘Nuovo’ sindaco, è giunta la primavera! Tra qualche giorno anche il grano sarà maturo e avremo il pane fresco! Devo ammettere che come inizio non è male! E allora visto che, il nuovo primo cittadino è interessato alle politiche ambientaliste gli vorrei dire che….
Domenica. Villa Doria Pamphili, Largo della Botanica, nell’icantevole cornice del giardino botanico, i bimbi giocano con tartarughe e rane che qui vengono ‘liberate’ dai romani che, dopo averle acquistate si rendono conto di avere in casa un essere vivente bisognoso di attenzioni. Le fortunate fuggiasche popolano lo stagno insieme a pesci di vario tipo, che sembrano salmoni ‘affaticati’ per mancanza di spazio, e migliaia di girini che inutilmente cercano di sfuggire alle mani veloci dei piccoli ‘mostriciattoli’ umanoidi, che affollano i lati del laghetto armati di retini e bicchieri per la caccia.
Un caldo ieri.. menomale che all’ingresso del parco c’è la classica ‘nasona’ squadrata, una fontana di acqua sempre fresca e potabile, chiamata così da noi di Roma, perchè il rubinetto ricorda un grosso naso. Mentre aspetto il mio turno in una fila composta e accaldata – chi pedala, chi corre, chi suda da fermo, che vuole bere, chi si lava le mani – comincio a misurare incuriosita l’acqua che esce dalla fontanella ininterrottamente… infatti mi metto a contare in quanti secondi si riempie una bottiglia da un litro e mezzo.
20 secondi circa per erogare 1 litro e mezzo di h2o. Diciamo 4,5 litri di acqua al minuto, 270 litri l’ora. Considerando le 10 ore giornaliere di apertura del parco (e sperando che, nelle ore di chiusura della villa, l’erogazione di acqua venga interrotta).. parliamo di 2700 litri al giorno e quindi 985.500 litri l’anno di acqua BUTTATA!!! che sarebbero 2.358.720 litri, in caso di erogazione h24 (.. agghh!! nun se po’).
Tanto per farsi un’idea della quantità, un’autiocisterna mediamente trasporta 10 mila litri.
Quante ce ne sono di fontane così a Roma? ma soprattutto quanti metri cubi d’acqua scivolano via per sempre ogni giorno? Qualcuno lo può dire?
… antichi ‘sti romani! Va bene la nasona, che fa parte dell’arredo urbano, ma sarebbe perfetto se fosse dotata di sistemi di erogazione on-demand, insomma ‘all’occorenza, sor sindaco, se apre e se beve..’
Cesare Pascarella da Storia nostra: La fondazione di Roma
A queli tempi lì nun c’era gnente…
La poteveno fa’ pure a Milano,
O in qualunqu ‘antro sito de lì intorno.
Magara più vicino o più lontano.
Potevano; ma intanto la morale
Fu che Roma, si te la fabbricorno,
La fabbricorno qui. Ma è naturale,
Qui ci aveveno tutto: la pianura,
Li monti, la campagna, l’acqua, er vino…
Tutto! Volevi annà in villeggiatura?
Ecchete Arbano, Tivoli, Marino.
Te piace er mare? Sorti de le mura,
Co’ du’ zompi te trovi a Fiumicino.
Te piace de sfoggia’ in architettura?
Ecco la puzzolana e er travertino.
Qui er fiume pe’ potecce fa’ li ponti,
Qui l’acqua pe’ poté fa’ le fontane,
Qui Ripetta, Trastevere, li Monti…