EUGENIO RUBEI “SENZA JAZZ NON SO STARE”

Standard

Eugenio Rubei  

Non puoi dire di conoscere qualcuno fino a che non lo conosci bene. Cresciuto a pane e jazz e messo alla prova da un padre non facile, Eugenio Rubei ha trasformato in positivo tutte le sue esperienze che sono diventate per lui un bagaglio di vita molto strategico con il quale ogni giorno affronta il suo lavoro. E’ per questo che oggi, senza ombra dubbio, Rubei jr è uno che di jazz in Italia ne sa parecchio. In questa sincera chiacchierata con Romalive parla di se stesso e del jazz ovviamente. Non un’intervista, ma la possibilità di capire attraverso la voce di uno dei principali jazz club in Italia, cosa stia succedendo nel settore e come si può  affrontare il domani. Rivolge una critica puntuale e giusta verso un sistema che non aiuta ma che delega totalmente ‘la questione’ ad imprenditori come lui che per passione portano, o tentano di portare, alla ribalta la musica assumendosene personalissimi rischi. Ringrazio pubblicamente Eugenio Rubei per aver dato il suo punto di vista su temi ‘caldi’ in un momento storico che non è affatto facile anche per lui e che non si può comprendere fino in fondo senza conoscere l’esperienza di chi la performance la rende, di fatto, possibile. 

Eugenio tu sei cresciuto in mezzo al Jazz. La tua famiglia ha inaugurato l’Alexanderplatz il 27 settembre 1982, quasi 32 anni fa, quando il Jazz in Italia non è ancora una realtà, e se non sbaglio tu all’epoca eri poco più che un ragazzo. Sembra una bella storia che potrebbe ispirare una interessante sceneggiatura. Il ragazzino che chiacchierava con i grandi del jazz. Ma per te come è stato questo film?

E’ stato il film della mia vita. Ho iniziato prima con mio padre, non per mia scelta però, ero un ragazzo come molti e i miei interessi erano altri. Poi è cresciuto man mano l’interesse, fino a diventare una passione che è andata avanti giorno per giorno. Ora è diventata la mia vita e non ne potrei fare a meno. Quando chiudiamo l’estate, vorrei riaprire il prima possibile. Un po’ come il mal di terra per i pescatori, senza jazz non so stare.

Da anni ormai sostituisci tuo padre insieme a tuo fratello Paolo nella gestione del club che viene considerato da tutti un locale ‘storico’ e di fatto il più antico in Italia per il Jazz. Anche se Giampiero è sempre presente in qualche modo, di fatto oggi tu sei la figura di riferimento del Alexanderplatz. Come riesci a gestire questa importante eredità rispetto ad un passato che è stato glorioso, considerando certamente che Roma in passato ha vissuto momenti migliori di oggi?

Sicuramente a me spetta il momento più difficile degli ultimi 30 anni di gestione. Per fortuna capita in un momento di mia maturità, ormai ho superato i 40 ormai da un po’ di tempo. Lavorare con mio padre, soprattutto i primi 15 anni, mi ha aiutato e mi aiuta soprattutto oggi. Grazie a quell’esperienza posso traghettare il locale in questo momento difficile. Da una parte i suoi insegnamenti, dall’altra la mia esperienza oggi. Tutto questo mi permette di affrontare questo momento con un pizzico di lungimiranza in più degli altri.  Ma comunque niente è più bello che vivere una bella serata di jazz con un bel piatto di pasta e un buon bicchiere di vino. Magari fossero tutti così lavori.

Tuttavia, anche se le cose per il jazz non vanno come dovrebbero, mi sembra di percepire nel pubblico generico una sorta di maggior interessamento nei confronti del genere. Secondo te questo Jazz è effettivamente in ripresa?  Esiste la possibilità concreta di un ritorno allo splendore del passato, quando il jazz addirittura si ballava nei club?

Le amministrazioni locali stanno uccidendo questa musica. Un sistema sbagliato di gestione dei contributi e grandi opere date in mano alle persone sbagliate fanno sì che ci sia una grande potenzialità con degli enormi sprechi. Mentre 10 anni fa in Italia potevamo dire che c’era il miglior jazz europeo, oggi non siamo così competitivi. Le scuole si sono livellate alla media. C’è un’omologazione generale alla base. Negli ultimi anni, le scuole di musica non hanno più avuto uno sfogo naturale. Hanno 1000 allievi ma non ci sono strutture che non possono accogliere questi numeri. Ci sono più allievi che strutture. Inoltre, c’è un gap molto grande: le scuole non tirano fuori dei veri talenti ma, a volte, dei grandi musicisti.

Parliamo dei Musicisti. Come vivi il rapporto con tutte queste forti personalità? Dico ‘forti’ perché la complicata quanto affascinante musica che suonano, è il risultato di anni di studio e di tanti banchi di prova, che li rende orgogliosamente trincerati nella loro musica di altissimo livello – e così devono essere per arrivare a suonare in un club come l’Alexander.

Nessuna personalità è più forte di quella di mio padre. Una volta superata quella puoi affrontare chiunque. In verità, è stato il confronto con le grandi personalità di alcuni musicisti, italiani e stranieri, che mi ha insegnato tanto e che mi ha dato stimoli a continuare. Stasera ritrovo sul palco dei musicisti che hanno accompagnato tutta la mia vita. Enzo Scoppa ha suona qui da 30 anni e Santucci è tornato apposta dagli Stati Uniti. Mi hanno insegnato ad affrontare il pubblico nel locale. Ognuno di loro mi ha dato qualcosa, ho imparato qualcosa da tutti. Nella vita mi sento molto fortunato ad aver incontrato persone del genere.

Parlando invece dei giovani musicisti, essendo l’Alexanderplatz uno dei più importanti palchi jazzistici italiani potrebbe ricoprire un ruolo importante come scopritore di talenti. In passato qui dei giovanissimi Gatto, Bollani, Rea e tanti altri hanno dato il via alle loro carriere. Oggi si riesce ancora a scoprire e a dare spazio a questi progetti nuovi?

Gli ultimi talenti che abbiamo lanciato sono stati Giuliani, Di Battista, Cammariere, Deidda e Scannapieco. Questi sono stati gli ultimi talenti, oggi è più difficile. Purtroppo all’Alexanderplatz non possiamo far suonare tutti ma cerchiamo sempre di avere una certa attenzione per chi ha talento da tirare fuori. Come ti dicevo prima, i giovani sono tantissimi ma per suonare qui devi avere un quid, un minimo di storia e di percorso di vita, per quanto piccolo purché significativo. L’unico giovane e vero talento che vedo negli ultimi anni è Enrico Zanisi. Mi aspetto molto da lui. Anche da Karim Blal e da Domenico Sanna. Gli altri sono già grandi, di un’altra generazione.

Parliamo ora di un tema un po’ caldo. I Jazz Club romani.  Perché secondo te non c’è unione – è un dato di fatto – tra voi gestori dei club del jazz (quelli veri, non quelli che fanno il jazz per comodità ogni tanto)? Non pensi che oggi più che mai l’unione farebbe la forza?

Non credo, ogni imprenditore deve percorrere la sua strada e la concorrenza giusta che è ciò che stimola a far meglio. Sono contro le programmazioni omologate, i circuiti, etc. Il jazz bisogna affrontarlo con coraggio e con una mente aperta, senza schemi costituiti.

Ultimissima domanda. Perché il Jazz?

Perché rappresenta l’unica via di uscita, non ce ne sono altre per un essere umano.

Eugenio Rubei, Carl Anderson, Tony Scott
Eugenio Rubei in una foto di anni fa con Carl Anderson e Tony Scott (da sx)  

Un grazie speciale a Guido Gaito, uff stampa di Alexanderplatz

 

di CRISTIANA PIRAINO

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...