MONTI, E’ SUBURRA? ADDIO A ALBERTO BONANNI

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Alberto Bonanni

Me la immagino come una scena alla Kubrick, con la differenza che qui non c’è né poesia né bellezza. C’è l’accanimento senza motivo contro una persona qualsiasi, ‘beccata’ a caso per strada. Per fare qualcosa ‘di nuovo’ da poter raccontare al bar o forse da annoverare tra le ‘imprese’ importanti. Invece è stata solo una porcata, l’ennesima probabilmente per un gruppo di falliti che non ha veramente nulla di bello o di importante da lasciare in eredità al mondo. Persone inutili che hanno pero’ segnato un destino. Quello di Alberto Bonanni, bassista romano che poche ore fa è tecnicamente morto, dopo oltre tre anni di coma irreversibile.

Fatto sta che, proprio il cuore di Roma, il Rione Monti è il teatro di questa tragedia. Rileggendo la storia, siamo nell’area che un tempo faceva parte della grande Suburra, quartiere malfamato della Roma antica, sorto duemila anni fa e abitato per lo più da miserabili, tanto che il termine è entrato nel linguaggio come sinonimo di criminalità e malaffare. Ma questi assassini sono troppo ignoranti per conoscere il senso della Suburra, pero’ mi verrebbe da dire che ne hanno ereditato tutta l’essenza.

Io la vedo così. Quella sera un certo Massimiliano Di Perna, detto er pittore, che già di per se denota del fancazzismo spinto e una sorta di parassitismo sociale, richiamato dai suoni della vita monticiana scende da casa armato. Il fatto è che se a Roma ti chiamano ‘er pittore’ probabilmente vivi di rendita in una casa di famiglia avuta in eredità a Monti, ma soprattutto non fai nulla dalla mattina alla sera con l’abili di essere un artista, un pittore appunto. Personaggi visti e stravisti qui da noi, purtroppo.

Suburra

Il suono della normale vita sarà stato per lui un disturbo, dato che non ne faceva parte. Pur ignorando i dettagli della storia, a questo punto, li immagino. Il Di Perna scende in strada ‘offeso’ a suo dire da un versaccio giunto dalla piazza. Ma suppongo che stesse già montando rabbia dentro casa, solo e dissociato, attento a che il minimo rumore in più potesse diventare il suo pretesto per esplodere. Ed ecco il pretesto, una linguaccia, un verso semiserio pensandoci bene e privo di aggressività, anzi al contrario un gesto che solitamente tende a sdrammatizzare. Il Di Perna è un miserabile, che in qualche modo vuole far parte di tutto quello che accade laddove lui stesso piscia. Come un cane che marca il suo territorio e che, per difenderlo si comporta come un primitivo, pensando di essere assolutamente dalla parte della giustizia.

Quindi scende in strada e colpisce a caso. Sotto il suo bastone finisce Albero Bonanni preso di mira in una manciata di secondi anche da altri tre uomini sbucati dal nulla – gente che non vedeva l’ora di menare le mani – e che partecipano alla rissa dando un importante contributo di botte e calci. Non contenti, lo picchiano anche con un casco. I loro nomi sono Carmine D’Alise, Christian Perozzi e Gaetano Brian Bottigliero. Ve li dovete ricordare sempre. Perchè tanto tra un po’ staranno in giro di nuovo. Infatti le condanne sono ridicole, vanno dai 9 ai 13 anni, solo nove anni a Perozzi e D’Alise, che hanno scelto furbamente il rito abbreviato. Invece per il bassista il destino è stato segnato sin da subito, dato che le percosse lo hanno gettato in un coma profondo dal quale di fatto non si è più svegliato. E ora, dopo una agonia molto lunga, è anche morto.

Le condanne sono proprio basse rispetto al danno e alla beffa. Alberto era giovanissimo ed era uno che lavorava e che partecipava alla vita sociale della città. Questo ha dato fastidio a chi invece non fa parte di ‘nulla’, perché non ha interessi o passioni da portare avanti, quindi preferisce distruggere quelle degli altri. A questo punto sarebbe giusto, dopo la detenzione, che tali uomini fossero allontanati dal Rione e dalla città stessa. Attendiamo dunque l’evolversi della questione giudiziaria.

Ad Alberto addio! A noi invece l’obbligo di non dimenticare, mai.

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