CONSIDERAZIONI SULLA PUNTA DEL W-END

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E QUESTO SAREBBE IL MINISTERO DELLA CULTURA…

Tramite Flickr:  [nella foto del Resto del Carlino’]  Il ministero della Cultura taglia i fondi alla ventesima edizione invernale del Festival Jazz più importante di Italia dicendo contestualmente che il jazz non fa parte della cultura italiana. Andiamo bene! Ho talmente tante cose in testa che non le posso dire tutte insieme. Per ciò preferisco un silenzio di protesta, anche perchè è proprio il caso di dire ‘non ho parole’. Il saggio Arbore dice al Ministro ‘si informi’.

NUOVO ALBUM PER GEGE’

Esce il sei novembre 2012 (dopodomani) il nuovo disco di Gegè Telesforo, che promette bene. (Gira voce che sia un disco pazzesco). Intanto al promo do un bel 10 e lode per la simpatia tutta italiana. C’è del tenero tra il bassista di Gegè e la simpatica signora! Il disco si intitola NU JOY prodotto dallo stesso vocalist, edito dalla Columbia records e distribuito dalla Sony. Un bel passo per Gegè e anche per tutti i ragazzi della band che lo hanno aiutato Domenico Sanna al piano, Joseph Bassi al basso acustico, J.”Avatar” Telly e Roberto Pistolesi alla batteria, oltre a una serie di ospiti notevoli, tra i quali in particolare voglio farvi cadere l’occhio e l’orecchio su un giovanissimo nuovo talento vocale. Si chiama Arnaldo Santoro e la sua voce vi catturerà.

TERZO APPUNTAMENTO CON THE BEATLES

Ma prima di darvi la buonanotte vi ricordo che domani 05/11/2012 continua il nostro viaggio nel mondo dei Beatles, accompagnati per mano da Ernesto & Gino per la terza puntata di questa stagione di Lezioni di Rock dedicata ai dischi dei Fab4. Questa settimana si parlerà di A Hard Day’s Night.  Siamo nel 1964, sono passati solo due anni dal primo singolo e un anno dal primo album. Ma i Beatles sono già i padroni del mondo, si muovono alla conquista dell’America e sbarcano al cinema con il primo film che li vede protagonisti, A Hard Day’s Night. La Beatlemania dilaga e la musica dei favolosi quattro diventa più ricca, originale e matura. Alle h.21:00 nella  Sala Petrassi del Auditorium Parco della Musica Roma € 8.00

di CRISTIANA PIRAINO

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ITINERARI JAZZ. 24 ore a Umbria Jazz Winter

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Locandina di Umbria Jazz Winter 17° ed
Photo by cristiana.piraino

Il jazz d’inverno è come mettere sù un braciere per scaldare l’anima*. Con questa convinzione sono partita da Roma, per arrivare a Orvieto, gioiello umbro a  un’ora dalla capitale, che dal 30 dicembre al 3 gennaio è stata lo scenario della 17° edizione del festival di Umbria Jazz Winter. Per cinque giorni la cittadina si è trasformata in un contenitore soprattutto di musica, d’arte in genere e di molti eventi culturali.

Passare ventiquattro ore lì è stato magnifico. Abbiamo provato l’entusiasmo del bambino dentro un ‘parco giochi’ perchè Orvieto è scenario e protagonista allo stesso tempo di questo spettacolo di ottima musica che da 17 anni anima e celebra il jazz invernale in italia. Le sue viuzze fanno da sipario che d’improvviso di apre ora sulla facciata millenaria del duomo, cui la costruzione risale alla fine del XIII sec., ora sulla bellezza del campanile dodecagonale della basilica paleocristiana di S. Andrea, sorta  nel VI sec., o sugli scorci della vallata sottostante la rupe di tufo sulla quale sorge la cittadina al confine con la provincia di Viterbo, che di tanto in tanto fa capolino in mezzo ai palazzi. Insomma è stato un viaggio nel viaggio e la musica è stata sempre presente.  


Duomo di Orvieto h. 2:30 di notte
Photo by cristiana.piraino

*CITAZIONE: Gino Castaldo, Musicologo e Giornalista, nonché il mio Guru

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POST APPROFONDIMENTO

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>>> PASSEGGIATA POMERIDIANA CON IL FUNKY

>>> CENA INSIEME AGLI STANDARD

>>> DOPOCENA IN VIAGGIO CON LA GUITAR HISTORY

>>> GIG NOTTURNA DEI TOP JAZZ ITALIANI

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CENA INSIEME AGLI STANDARD

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Alessandro Bravo  
Photo by cristiana.piraino

Passare da un bar a un’enoteca nelle vie del centro nell’ora dell’aperitivo, significa anche percorrere un piccolo itinerario tra i vari generi musicali e assaporarne l’ebrezza. Un po’ di blues nel baretto di Luca in via del Duomo, un pizzico di smooth jazz in via Cavour e un po’ di classical jazz con Allan Harris Quartet al Palazzo dei Sette.

Assaggi di note, che come il tipico aperitivo ci portano verso la cena per la quale scegliamo il San Giovenale e gli standard del quartetto del sassofonista umbro Filippo Bianchini (nella foto) accompagnato al pianoforte da Alessandro Bravo.

Filippo Bianchini sax
Alessandro Bravo pianoforte
Andrea Ambrosi contrabbasso
Lucio Giovannella Batteria

Ospite del quartetto Benedetta Gelati voce

Partendo da via del Duomo e percorrendo via Cavour in direzione nord, superata la basilica di S.Andrea ci si addentra in viuzze e vicoletti che si aprono d’improvviso sulla piazza dominata dal San Giovenale nel Quartiere Medievale. Il colpo d’occhio è notevole. L’edificio dalla imponente facciata costituita da finestroni gotici è con ogni probabilità la prima chiesa costruita a Orvieto dagli Agostiniani nel 1264. Questo enorme finestrone che da’ sulla piazza, ricavato in seguito ai più recenti restauri, ha riportato alla luce la vecchia struttura e oggi ospita l’omonimo ristorante che insieme alla Chiesa di San Giovenale, considerata dagli storici il primo Duomo di Orvieto, e al Convento degli Agostiniani rappresenta uno degli angoli più suggestivi del borgo.

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DOPOCENA IN VIAGGIO CON LA GUITAR HISTORY

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John Scofield 
Photo by gdcesare

John Scofield & Larry Goldings
h. 22,00
Palazzo del Popolo – Sala de i 400

Accompagnati dalla chitarra del grande John Scofield ripercorriamo un viaggio nella storia dello strumento. Brani suonati da una delle leggende viventi del chitarrismo jazz.

John Scofield e Larry Goldings hanno presentato un repertorio trasversale dando anima a sonorità particolarmente ‘rare’ dal funk jazz al blues arrivando a regalare la loro personale interpretazione del più contemporano (post) hard-bop. La chitarra di Scofield si completa con l’hammond di Goldings creando una perfetta sintonia.

Molti hanno aderito con la dovuta elettrica emozione all’evento, scegliendolo tra i tanti concerti in cartellone per ovvi motivi. Ma poi  assistendo alla performance devo dire, per onor di cronaca, che invece è stata decisamente noiosa. Il John Scofield che tutti conoscono non c’era. Il repertorio presentato era un monologo introspettivo incapace di trasmettere un vero e proprio messaggio univoco. Dunque dispersivo e contraddittorio e non riportava neanche lontanamente il ricordo del John Scofield dei tempi di Davis o Pastorious.

A peggiorare la situazione un caldo insopportabile nel gremito e imponente salone dei 400 e un’acustica penosa.

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