26.5 BUON COMPLEANNO MILES

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Miles Davis

Miles Dewey Davis III ovvero Miles Davis è nato ad Alton il 26 maggio 1926. Buon Compleanno al musicista che ha influenzato il ‘900 e che ancora oggi non smette di condizionare le scelte e la musica di molti artisti, tanto che sull’enciclopedia digitale più famosa è definito come il ‘compositore e trombettista statunitense jazz, considerato uno dei più influenti, innovativi ed originali musicisti del XX secolo’. Vale sempre la pena di studiare l’argomento per cultura personale o, a maggior ragione, se si sta studiando musica. Anche su Wiki. 

Consiglio per l’occasione l’ascolto di “Tutu” album del 1986 per approfondire un Miles meno conosciuto dalla massa e forse meno amato, ma che riserva comunque grandissime sorprese. Con questo album Miles vinse nel 1987 il Grammy Award per ‘Best Improvised Jazz Solo’. Un album praticamente elettronico che mostra ancora una volta quanto Miles avesse una visione precisa del futuro. Infatti è di Miles anche il merito di aver spianato una montagna e introdotto il più acustico dei generi all’elettronica. Chissà se sarebbe contento oggi che, a distanza di quasi 30 anni dal suo Tutu, l’elettronica ha praticamente preso il sopravvento anche nel Jazz e di fatto sta raccogliendo sempre più adepti.   Happy B-Day Miles!

Qui “Tutu” FULL album

 

di C.Piraino

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JAM SESSION. Aldo Bassi al Charity Cafè incontra Miles Davis

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Aldo Bassi Miles Davis

ph. di Roberto Panucci

Giov. 10.10.2013
JAM SESSION NIGHT #Jazz
Dedicata a Miles Davis con Aldo Bassi
Charity Cafè Via Panisperna 68 Roma
h 22:00 Ingresso gratuito 1^ cons. obbligatoria
Segnati al Facebook Event

Aldo Bassi Tromba | Alessandro Bravo Pianoforte | Stefano Nunzi Contrabbasso

Domani 10 ottobre avverrà un  incontro ideale con il musicista guida per tutti i trombettisti e i jazzisti in genere. Anche Aldo Bassi non fatica ad ammettere che dopo anni di studi classici fu anche la musica di Miles a fargli cambiare rotta e, ancora fanciullo, a fargli abbracciare jazz.  A dire il vero Aldo racconta che l’impatto non fu proprio ‘felice’ dato che come dice “sono incappato come primo ascolto in uno dei dischi più difficili di Miles”. Ma questo non lo ha demoralizzato, al contrario lo ha spronato ad approfondire sempre più la sua discografia tanto che oggi nei progetti di Aldo Bassi troviamo anche repertori dedicato a Miles Davis. Anche per questo il trombettista romano ha scelto di dedicargli la Jam Session del Charity Cafè.  

La lista dei brani che saranno trattati durante la Jam Session include tutta la carriera di Miles e, anche se ovviamente in una serata non si potrà suonare tutto, il jam leader andrà pescando qua e là nell’intera discografia Davisiana lasciando scegliere anche ai colleghi musicisti presenti.  Continua a leggere

JAZZ UPDATE, i tempi sono cambiati?

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foto_libro miles by cristiana.piraino
foto_libro miles, a photo by cristiana.piraino on Flickr.

Bastano poche righe per intravedere la complessa personalità del musicista Miles Davis. In questo passaggio dal libro Kind of Blue di Ashley Kahn (il saggiatore ed.) in totale controtendenza o per meglio dire da visionario quale era, annuncia una nuova maniera di imporre la musica jazz, che così inizia la sua trasformazione da musica popolare a musica che si autoproclama colta e capace di trasmettere, come una vera e propria forma d’arte il sentimento più profondo dell’artista, che ora però pretende di essere contemplato e ascoltato con il dovuto rispetto. Nel caso di Miles ci troviamo di fronte a un risultato di grande intensità, di certo unico.

Erano comunque anni in cui il jazz stava evolvendo, a prescindere da Miles, e oltre a questo, nuove onde musicali trovavano largo consenso popolare. Tutto ciò ovviamente fa parte della storia. Tuttavia il modo di essere di Miles, come spesso accade ai grandi precursori, finisce per trasformarsi in una vera e propria tendenza, e chissà se il geniale trombettista aveva previsto che sarebbe stata portata poi all’esasperazione da musicisti tecnicamente importanti, ma stilisticamente non così accattivanti come lui. Oltre ai musicisti anche i media in fondo cominciarono a pensare che il jazz fosse una roba per menti superiori e quindi intoccabile. Mi chiedo inoltre, ma è solo un dubbio, se basandosi su un principio troppo individualistico e totalmente fuori dalle ‘regole’ – ovvero io faccio quello che mi pare perché sono un jazzista – il tempo non ci abbia consegnato una serie di musicisti del jazz incompresi e incomprensibili, il cui unico risultato è di aver contribuito all’allontanamento del pubblico dal genere, con picchi d’indifferenza che negli anni ’80 segnano veri e propri record.

A questo proposito e per fare chiarezza, mi viene in mente un esempio proprio di quel periodo, per opera del trombonista tedesco Albert Mangelsdorff. Qui in un brano del 1983, che rende perfettamente l’idea. Senza offesa, è solo un esempio.

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Di certo l’arte deve essere libera. Su questo non si discute. Ma la musica che cosa è, se non un dialogo aperto tra il compositore e il fruitore. Senza il pubblico la musica dove va a finire? E ritornando al pensiero Davisiano mi chiedo se ogni artista possa effettivamente permettersi ancora oggi di escludere completamente il pubblico, oppure se l’artista debba essere in grado di comprendere i propri limiti e sapere se può farlo o no. Di certo ogni eccesso è rischioso, anche per quelli che vanno troppo al seguito delle mode e delle richieste del mercato, perché passato il momento la loro musica cadrà inevitabilmente nella fossa comune delle note di passaggio.

La morale non c’e’. Semmai posso ricordare che la musica è sia di chi la fa, sia di chi la ascolta e, per quanto possa sembrare un discorso meno artistico, il pubblico diventa parte dello spettacolo, che per esistere non ne può fare a meno. Parlando di jazz, è giustissimo portare la propria anima e tecnica sul palco liberamente, pero’ con tutti i rischi che una situazione del genere comporta.

 

NEWS: in uscita a settembre Miles Davis Quintet Live In Europe 1967

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Miles Davis Quintet - Live In Europe 1967: IL BOOTLEG SERIES VOL. 1 by cristiana.piraino

Live In Europe 1967: IL BOOTLEG SERIES VOL. 1
Miles Davis Quintet
3 cd, 1 dvd, booklet di 28 pagine, disponibile in tutto il mondo a partire 20 settembre 2011.

Per gli amanti di Miles Davis e del jazz è in arrivo sul mercato una raccolta di contenuti inediti del trombettista afroamericano, riconosciuto ormai come uno dei geni musicali del XX secolo. Una Delux edition con musica e video da inserire (assolutamente) nelle nostre collezioni. “Miles Davis Quintet – Live In Europe 1967: IL BOOTLEG SERIES VOL. 1” sarà disponibile a partire da settembre 2011. Si tratta di materiale mai pubblicato, anche se noto, relativo alla stagione dei live europei di Miles con il suo storico quintetto nel periodo ottobre-novembre 1967.

Il quintetto di Miles dal 1964 al ’68 – detto anche il secondo grande quintetto con Wayne Shorter al sax tenore, Herbie Hancock al pianoforte, Ron Carter al basso e Tony Williams alla batteria – è riconosciuto come uno dei punti di riferimento del jazz e, nonostante l’inevitabile trascorrere del tempo, l’eredità concettuale continua a influenzare le formazioni di oggi. L’esibizione live del gruppo, dopo tre anni di intensa collaborazione, arriva a toccare il punto più elevato del pensiero di Miles circa l’improvvisazione ‘leaderless’ e mostrando un livello di interplay sublime entra a pieno titolo nell’olimpo delle massime esperienze musicali.

Il contenuto del package è stato selezionato da materiale di proprietá delle televisioni di stato di Belgio, Danimarca, Francia, Germania e Svezia e comprende una serie di cinque performance realizzate nell’arco di nove giorni in diversi festival europei, tra la fine di ottobre e la prima settimana di novembre ’67. In particolare contiene le registrazioni audio dei concerti di Anversa, Copenaghen e Parigi, oltre al video dei set di Karlsruhe in Germania e di Stoccolma. Il delux box va considerato un tassello chiave per comprendere ciò che fu il punto forza espressivo di questa formazione capace di reinventarsi sul palco ogni sera.

“Questo momento per Miles è fortemente segnato dalla presenza di Shorter e Williams” commenta il trombettista jazz Aldo Bassi. “E’ sicuramente un periodo di transizione dove forse Miles si e’ trovato disorientato. Inizia ciò che per lui rappresenterà l’allontanamento dal lirismo degli anni precedenti a favore di un sound stridente ottenuto attraverso percorsi impervi e difficili. Con il quintetto del periodo ’64-’68 trova il giusto sostegno per la musica in divenire. Il suono del gruppo mantiene una forte identità mentre le strutture dei brani sono in continuo movimento tanto che si ottiene un diverso risultato a ogni performance. I concerti di questo momento sono realizzati senza interruzioni tra i brani, come un unico pezzo mutante, segno evidente di un work in progress. E’ importante sottolineare inoltre, che questo periodo, o la sua fine, coincide con l’inizio di nuova fase di sperimentazione per Miles che scopre il mondo dell’elettronica. L’estremizzazione di questa fase, che si ottiene negli anni immediatamente successivi, con l’apporto di Chick Corea, Joe Zawinul (successivamente Keith Jarrett),  Dave Holland,o lo stesso Wayne Shorter, rischia di produrre più caos che musica se non fosse per la grande creatività e personalità dei musicisti di cui Miles si è sempre circondato.”

IL QUINTETTO CHE HA CAMBIATO IL JAZZ

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nella foto Wayne Shorter

Di questa formazione lo stesso Miles successivamente disse « I knew right away that this was going to be a motherfucker of a group. » (Capii subito che sarebbe stato un gruppo coi controcazzi)

Nel 1963 Davis contattò un sassofonista che Coltrane gli aveva consigliato, George Coleman, un bassista amico di Chambers dai tempi di Detroit, Ron Carter, e due promettenti giovani musicisti, il batterista diciassettenne Tony Williams e il pianista Herbie Hancock. Tuttavia i rapporti tra Coleman e il resto del gruppo non erano buoni  perchè considerato troppo tradizionale e il sassofonista finì per andarsene. Già alla fine dell’estate del ’64 Davis aveva convinto Shorter, di cui anche gli altri membri del gruppo erano entusiasti, a lasciare la formazione di Art Blekey di cui faceva parte. Fu così che una serata all’ Hollywood Bowl segnò l’inizio del più grande quintetto della storia del jazz.

Lo stile del gruppo si allontanava dall’approccio all’improvvisazione tipico dell’hard bop e stabilì uno stile che venne da alcuni chiamato “freebop” o anche “time no changes”. Uno stile in cui l’esecuzione, invece di concentrarsi sul giro armonico, si concentra sul tempo e sul ritmo, mentre la parte armonica viene sviluppata in maniera modale. Lo spirito di modernità  fu uno degli elementi principali di questo gruppo che verrà ricordato a Roma il prossimo 27 febbraio.

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Sab. 27/02/2010
Expanding Miles ’65-’68
PMJO special guest Flavio Boltro
Progetto originale per la Fondazione Musica per Roma
Auditorium  – Sala Sinopoli  >>> Acquista biglietti  
h. 21:00  € 12.00

Rielaborazioni per big band dall’ultimo grande quintetto di Miles Davis

Torna ad esibirsi all’Auditorium la Big Band romana, Parco della Musica Jazz Orchestra con un ospite d’eccezione, il trombettista Flavio Boltro. Il progetto “Expanding Miles ’65-’68” con gli arrangiamenti di Maurizio Giammarco, cerca di ritrovare quelle magiche atmosfere del quintetto che Miles Davis aveva formato proprio alla fine degli anni ’60. Ron Carter al basso, Tony Williams alla batteria, Herbie Hancock al pianoforte e Wayne Shorter al sax, furono, insieme a Miles, il quintetto più importante della storia del jazz.  Una miscela inconfodibile, 5 vere leggende del Jazz, un sound unico e un elevato livello di improvvisazione.

MORE INFO:

Maurizio Giammarco direzione e arrangiamenti
Flavio Boltro tromba

Gianni Oddi, Daniele Tittarelli sax contralto, soprano, clarinetti e flauti
Gianni Savelli, Marco Conti sax tenore, soprano, clarinetti, flauti
Elvio Ghigliordini sax baritono, clarinetto, flauto
Fernando Brusco, Claudio Corvini, Giancarlo Ciminelli, Aldo Bassi trombe, flicorni
Mario Corvini, Massimo Pirone, Luca Giustozzi tromboni
Roberto Pecorelli trombone basso
Roberto Tarenzi pianoforte
Luca Pirozzi contrabbasso
Pietro Iodice batteria

fonte approfondimenti wikipedia

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CONSIGLIATO PER I PIU’ ATTENTI

A seguire vi consiglio di non perdere la puntata di LEZIONI di ROCK, a cura di Gino Castaldo e Ernesto Assante, dedicata ai Weather Reports, uno dei gruppi jazz fusion più significativi degli anni settanta e ottanta. La band nacque alla fine degli anni sessanta da uno spin-off di un gruppo di musicisti che ruotavano intorno a Miles Davis. Il nucleo stabile del gruppo è stato costituito dal pianista Joe Zawinul e dal sassofonista Wayne Shorter. >>> EVENTO SU FACEBOOK  

Dom. 14/03/2010
WEATHER REPORT – I SING THE BODY ELECTRIC
Rassegna Lezioni di Rock
Auditorium Parco della Musica
Teatro Studio
h. 11:00 a.m. 5,00 €

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VIAGGIO NEL JAZZ MODALE

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miles davis

di Aldo Bassi

Kind of Blue, è considerato la pietra miliare del jazz modale. I toni pacati, gli andamenti ritmici leggeri, le strutture ampie e le armonie dai cambi lenti, la moderazione delle scale modali, delineano il clima della nuova era, quella del jazz modale per come lo ha inteso Miles. Niente a che vedere, per quanto riguarda i toni pacati e la moderazione delle scale, con My Favorite Things anch’esso modale, ma suonato da Coltrane anni dopo.

L’improvvisazione di questo jazz consiste nella utilizzazione di modulazioni lente, che non fanno riferimento a progressioni armoniche come nel sistema tonale, hanno quindi strutture formate da pochissimi accordi, tenuti per più misure sui quali l’improvvisatore utilizza delle scale, dette anche modi, che sono diverse dalle scale maggiore e minore o bebop in uso prima. Si dà origine quindi ad una musica più dilatata, più “orizzontale”.

I modi più utilizzati sono ricavati partendo da ogni grado della scala maggiore. Ovviamente la stessa cosa è possibile farla utilizzando, come scala base, le scale minori armonica e melodica ascendente. L’improvvisazione modale si è andata nel tempo perfezionando attraverso la sperimentazione sui modi fatta dai musicisti jazz. Così, dalla stretta aderenza alle note del modo si è passati alla utilizzazione di note di abbellimento e di passaggio estranee, “verticalizzando” così anche il sistema modale.

Tutte queste forme di sperimentazione sui modi hanno portato l’improvvisazione jazz verso forme lessicali ed espressive più libere, sino ad essere completamente svincolate da qualsiasi struttura e forma con il free jazz.

STRUTTURE MODALI
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All’interno delle strutture modali si possono avere quattro tipi di modulazioni:

– tra modi che usano la stessa scala, per es. tra Re Dorico e Fa Lidio (Do Magg.);

– tra un tipo di modo allo stesso tipo in un altro tono, per es. tra Re Dorico e Mib Dorico;

– tra modi diversi sullo stesso tono, per es. tra Do Dorico e Do Frigio o Lidio;

– tra modi completamente diversi, per es. tra Do Dorico e Do# Misolidio.

Volendo prendere come brano di riferimento So What, la modulazione che lo riguarda è del tipo 2, ovvero tra un tipo di modo allo stesso tipo in un altro tono, tra Re Dorico e Mib Dorico, ed è improvvisa cioè senza preparazione.

La struttura di So What è molto semplice: A A B A di 8 misure ciascuna per un totale di 32 misure. Le A sono composte dall’accordo di Dm7 per tutte e otto le misure e la B è composta dall’accordo di Ebm7 per tutte e 8 le misure.

Facendo un’analisi dell’assolo di Miles in So What, si evince sin dalle prime note che Davis non ha nessuna intenzione di sorprendere con guizzi tecnici, come faceva il suo precursore Gillespie o il mitico, prematuramente scomparso, Clifford Brown. Bensì, egli usa quasi esclusivamente note cordali o dell’estensione dell’accordo fino ad utilizzare tutte le note del modo, con ritmi semplici composti da ottavi, quarti e minime. Una sorta di cool jazz più moderno. Ma la sua peculiarità, anche in questo caso, la troviamo nel genio del suo microcosmo, ovvero in uno stile che fonda le proprie radici nella sfumatura, nel “non suonato”, nell’effetto del mezzo pistone o nell’inflessione del labbro sulla nota, creando un forte “swing sottinteso”, molto diverso da quello dei suoi “colleghi predecessori”.

Davis, come dicevamo, si muove all’interno del modo, dando lezioni di classe ed eleganza, utilizzando di tanto in tanto note blu per ricordare la sua estrazione musicale. Altra nota che esula dal modo dorico è il Do# (la sensibile, che fa parte della scala minore melodica di re) che sia Davis che gli altri solisti usano un pò tutti.

Rispetto a Miles che sembra essere il più “integralista”, gli assoli di Coltrane e di Cannonball sono ricchi di scale che esulano dalla “costrizione” del modo creando sapientemente un contrasto decisivo con il leader.

Gli altri musicisti completano il quadro musicale con i loro accompagnamenti e i loro assoli pienamente a fuoco nel “nuovo” lessico jazzistico soprattutto il grande Bill Evans, che senza il suo grande apporto compositivo, non avrebbe avuto modo di esistere Kind of Blue.

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Due versioni di So What,  l’originale tratta dal disco stesso con Bill Evans al piano, la seconda tratta da un live dello stesso anno con Wynton Kelly al piano.

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So What – Originale da Kind of Blue

 
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So What – riedizione live aprile 1959

MORE LINKs
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>> Blog WordPress dedicato a Miles (English)

>> KIND OF BLUE TRIBUTE, auditorium 9.11.09

>> Aldo Bassi Tribute to Miles Davis (Concerto all’Alexanderplatz)

>> Aldo Bassi on Facebook

TRIBUTO A KIND OF BLUE

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8-30|11|2009
Kind of Blue Tribute
ROMA JAZZ FESTIVAL ’09  – 33a ed. >>
more info
JAZZ LABELS
Auditorium Parco della Musica
h. 21:00  da 15 a 20 €

Ho chiesto di presentare questo concerto ad un artista che conosce molto bene Miles Davis, soprattutto della sua musica. 

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di Aldo Bassi  www.aldobassi.it

Il 9 novembre 2009 alle 21,00 al Roma Jazz Festival, ci sarà un evento eccezionale. Un tributo a Kind of Blue (CBS, Columbia con varie ristampe) per il cinquantenario dell’ uscita del disco di jazz più venduto in assoluto, con di circa 10 milioni di copie.

A fare questo omaggio al grande Miles, saliranno sul palco della sala Sinopoli dell’Auditorium di Roma 6 musicisti di jazz tra i più apprezzati al mondo. Jimmy Cobb alla batteria, Wallace Roney alla tromba, Vincent Harring al sax alto, Javon Jackson al sax tenore,  Larry Willis al pianoforte ed infine Buster Williams al contrabbasso, che insieme hanno costituito la So What Band, per rievocare le atmosfere magiche dei 5 brani contenuti in Kind of Blue.

I brani incisi, So What, Freddie Freeloader, Blue in Green, All Blues, Flamenco Sketches furono attribuiti tutti a Davis, Blue in Green e Flamenco Sketches firmati insieme a Bill Evans. Milioni di persone hanno goduto di questo capolavoro, gioendo, piangendo, gemendo, sorridendo o provando tante altre emozioni al suono ipnotizzante di questo disco.

La formazione originale era di tutto rispetto: Julian “Cannonball” Adderly al sax contralto; John Coltrane al sax tenore; Wynton Kelly (solo su Freddie Freeloader) e Bill Evans al piano; Paul Chambers al contrabbasso; il sopracitato Jimmy Cobb alla batteria, e naturalmente Miles alla tromba.

 
wynton kelly                                      bill evans

Dice Jimmy Cobb, l’unico ancora in vita dei 5 musicisti che erano con Miles in quei giorni del ’59, che mentre registravano il disco non avrebbero mai immaginato di lasciare impressa sul vinile una musica che sarebbe stata considerata da molti il capolavoro assoluto del guru della tromba e del suo spettacolare sextet.

Tornando ai giorni nostri, i musicisti che ascolteremo al concerto del 9 novembre, non so se eseguiranno filologicamente tutto il disco, o se nel loro omaggio faranno degli riferimenti più o meno forti, ad ogni modo sapranno sicuramente cogliere in pieno il linguaggio del jazz di quegli anni. La Musica di Miles fa parte del loro bagaglio culturale e questo si avverte ancora di più nel suono altamente davisiano della tromba di Wallace Roney.

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Ma ora la questione si fa più complessa. Aldo Bassi, trombettista jazz, ci porta a conoscere da vicino questo tipo di jazz che trova il suo milestone proprio nell’opera Kind of Blue  >>> VIAGGIO NEL JAZZ MODALE di A.Bassionline dal 10.11.09

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