DOPO GUALAZZI

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A qualche giorno dalla conclusione di Sanremo 2011 abbiamo provato  a chiedere ad alcuni rappresentanti del mondo della musica, in particolare del jazz, la propria opinione in merito alla vittoria di Raphael Gualazzi per la categoria Sanremo giovani. In realtà vincitore non solo della categoria Giovani, ma anche premio della critica “Mia Martini” e premio della critica radio e tv, Gualazzi è stato scelto da tutti, dal pubblico, dall’orchestra, dalla stampa e persino dalla critica.

Un successo che potrebbe avere il sapore di una vittoria di categoria, quella della musica suonata con tanta intensità da diventare sublime, quella fatta di grandissimi musicisti che vivono per lei, lontani dai riflettori. Il jazz è tutto ciò. Per suonare come Gualazzi ci vuole sicuramente talento, anni di studio e una vasta cultura. Ci vuole anche quel famoso fattore X che oggi, forse per colpa di una certa televisione, non ha più quel valore distintivo. Invece Rapha si distingue benissimo e, seppure il brano presentato ‘Follia d’amore’ non sia il pezzo del secolo, a lui è stata riconosciuta una sua forte ‘appartenenza’ alla musica e un virtuosismo senza pari. 

LA DOMANDA

Un musicista di estrazione jazz blues, Raphael Gualazzi, è il vincitore per la categoria giovani di Sanremo 2011 con un brano arrangiato da Vince Mendoza (sessione fiati) e con la presenza di Fabrizio Bosso sul palco e nel disco. Pensi che possa essere una vittoria indiretta anche per il jazz? E più generale, all’indomandi dell’assegnazione del Grammy Award a Esperanza Spalding – come miglior nuovo talento, è ipotizzabile una maggiore diffusione del jazz o addirittura il ritorno alla popolarità di un tempo?

LE OPINIONI:

Significa che sta succedendo qualcosa e l’altra sera, è di certo successo qualcosa di evidente, chiaro e molto raro.. si è fatta musica che aveva le tre E: Energia, Estro, Espressività, le tre F: Fuoco, Funambolismo e Forza, le tre G: Gioco, Garbo e Grazia.. e via così per tutto l’alfabeto e per 63 definizioni, tutte una meglio dell’altra.. Di certo il micidiale livello trombettistico di Bosso era l’integrazione perfetta alla macchina da guerra messa su da Gualazzi ma anche la stessa, resa sola da un vuoto circostante, sarebbe stata inutile. Invece no, no e no! Abbiamo avuto la sensazione di un fuoco nuovo. Questi ragazzi sono il nostro Rinascimento, la speranza che attraverso di loro si possa tornare a ficcare il naso fra i dischi e ritrovare King Oliver e James P. Johnson.. Ma anche a proiettarsi verso luoghi nuovi ed inesplorati, novelli Ellington del Nuovo Millennio.. E quindi, l’altra sera, mi sono eccitato di brutto e mi sono fatto rapire il corpo dal ritmo e la mente dall’ironia e dal gioco. Poi sono di nuovo svenuto.. ero giustificato.. avevo la febbre..o forse era il resto che” ron-ronava” nel sottofondo… Massimo Nunzi trombettista compositore

E’ stata premiata l’originalita’ che si contrappone a tutte le varie gradazioni dell’ovvieta’ a cui siamo abituati. Un musicista con una formazione completa che unita ad una sana pazzia e’ capace di entusiasmare chi lo ascolta. Conoscevo gia Raphael a causa delle mie scorribande su you tube e sono felice che un virtuoso musicista sia stato premiato in una manifestazione dove il jazz difficilmente e’ mai entrato. Non e’ mai troppo tardi per alzare il livello e colgo l’occasione per ringraziare la Caterina Caselli perche’ non sbaglia un colpo. Complimenti davvero . Io invidioso ? Si perche’ e’ nato nell’81.  Gianni Mazza musicista, compositore, direttore d’orchestra.

Ho sempre pensato che la salvezza del jazz fosse quella di rinnovarsi e di allargare la sua utenza presentandosi in contesti più popolari e dando il messaggio ai giovani che fare jazz e’ Figo e non da sfigati I due esempi da te citati sono perfettamente in linea con quanto ho detto ed e’ esattamente quello che cerco di fare come direttore artistico nei miei locali. Riccardo Manenti direttore artistico eventi jazz

No. Non l’ho sentito. E’ grave? Io credo di no. La kermesse sanremese già da molti anni ha segnato nel nostro paese la consegna senza condizioni del mercato discografico nelle mani della RAI e dunque della televisione. Infatti adesso Sanremo neanche conta più di tanto, superato da Amici e compagnia bella, con i discografici che pur di vendere qualche disco – perchè tra parentesi loro non sono capaci a venderli (questi famosi managers…!) – hanno consegnato il loro culo nelle mani dei televisivi, che il loro di culo tra parentesi non si ricordano neanche più di averlo…. Io mi sono da tempo ribellato alla logica perversa del “comunque bisogna tenersi informati”. Nei confronti di questo mondo ho un atteggiamento da sendero luminoso, penso che debbano morire tutti visto che hanno fatto morire perfino la musica commerciale (!) – che comunque lateralmente era un settore nel quale ogni tanto si lavorava – figuriamoci quella che piace a noi. Per quanto mi riguarda bisognerebbe semplicemente boicottare gli ascolti, andare in giro e dire Sanremo? Che diavolo è? Punto e basta. Scusa lo sfogo e comunque ti mando un caro abbraccio come sempre. Maurizio Giammarco compositore sassofonista, direttore della PMJO, parco della musica jazz orchestra

Sicuramente la vittoria di Gualazzi a Sanremo ha dato una ulteriore visibilità al jazz. Ma questo è un processo iniziato da qualche anno. La vittoria di Stefano di Battista nella categoria gruppi nel primo festival di Bonolis e Fabrizio Bosso ormai habitué del festival. Artisti come Simona Molinari, Sergio Cammariere prima di Gualazzi già avevano dimostrato che anche il grande pubblico ama le sonorità del jazz. Certo parliamo di canzoni confezionate ad hoc per l’occasione, ma forse non lo erano nella loro realtà anche “Over the Rainbow” e tanti altri grandi standard del jazz? Il jazz è nato come una musica popolare ed è stata la prima musica “pop” della storia. Credo che il “problema” della scarsa diffusione del jazz, ovviamente parliamo dei grandi circuiti, sia da scrivere anche al mondo del jazz stesso. Per troppi anni il jazz si è estraniato dalla gente e si è mascherato da musica nobile a causa dei suoi operatori. Si è pensato che creare una “nicchia” culturale al pari della musica classica, il jazz potesse diffondersi e difendersi dall’evoluzione del mondo musicale. Ma la musica classica dispone di grandi fondi pubblici che al jazz sono preclusi. Tutto ciò ha portato ad un’involuzione che ha isolato e poi escluso il jazz dai circuiti commerciali e dal grande pubblico. Personalmente credo che il rilancio del jazz debba per forza passare attraverso la conoscenza del grande pubblico. Tornare ad essere quello che era, ossia musica popolare, rimane l’unica speranza per il jazz. Gli stessi artisti devono andare verso il pubblico ed in parte verso i loro gusti, che sta a noi migliorare, comprendere le nuove sonorità e linguaggi della musica di oggi. Certo in tutto questo non può essere dimenticata la tradizione e lo swing. La vittoria di Esperanza Spalding dimostra che un percorso simile è possibile. Che anche il grande pubblico apprezza e che da tutto ciò il jazz può solo trarre una nuova linfa. Dopo tutto nel jazz non sono i buoni musicisti a mancare ma le possibilità e la visibilità. Chiuderei con una frase del film gli Aristogatti.. Tutti amano il jazz. Italo Leali direttore Tuscia In Jazz

Ciao Cristiana, ti dico due parole approposito di questa ennesima vittoria del….jazz a Sanremo, si perchè in realtà gli antesignani di questi ultimi anni sono stati Cammariere, Di Battista, Bosso i quali hanno portato timidamente un pizzico di classe in una realtà Sanremese che a fatica finalmente sta iniziando a svestirsi di un abito eccessivamente retrò sfoggiato ostinatamente per anni e ormai consunto! e ad indossare uno stile più fresco, attuale…diciamo un prét-à-porter all’italiana. Raphael Gualazzi è un musicista che mi ha colpito subito per questa voce graffiante e sensuale e mi piace ascoltarlo per radio, compiaciuta per la sua vittoria!…qualcosa è cambiato e vero si vincono riconoscimenti, premi, jazz e musica futura…. è un binomio in perfetta consonanza a mio parere potenzialmente capace di incuriosire ed accendere l’ attenzione del pubblico come si è dimostrato ancora una volta quest’anno a Sanremo. Speriamo che il pubblico….dedichi la sua attenzione e la sua partecipazione a tutto il jazz di qualità…anche se non griffato “SANREMO” fuori dal Festival c’è tutto un mondo di musicicsti “pazzeschi” dove trovi la terra vera! Antonella Vitale jazz vocalist, compositrice.

Ciao Cri, non mi va di essere polemico ma penso che il jazz sia qualcosa di diverso da quello che ho sentito quest’anno ed anche nelle precedenti versioni (Amalia Gre, Niki, Cammariere…). Fabrizio è bravo, lo sappiamo, Mendoza pure ma il brano non mi è piaciuto e Gualazzi non è un cantante…mi dispiace. I jazzisti vengono ancora chiamati “a servizio” della musica pop e mai per quello che veramente sanno fare, come sempre. Ma a Sanremo non serve Bosso, Mendoza o di Battista; serve qualcuno che sappia scrivere ed interpretare le canzonette che fanno parte di un patrimonio internazionale non troppo impegnato ( né musicalmente, né politicamente né altro…), canzonette e basta! E le devono cantare e ballare tutti quelli a cui piacciono e che non necessariamente amano il jazz e la musica colta. Anche la presenza di Vecchioni al festival mi è parsa fuori posto e forse sarebbe stato meglio se fosse andato al Tenco anziché “travestirsi” da cantante sanremese… Mi auguro che il jazz possa continuare a vivere per quello che è e non per quello che alcune case discografiche chiedono di essere. Riccardo Biseo pianista e compositore Jazz

Ciao Cristiana, credo che il brano proposto da Gualazzi sia buono e interessante e trovo giusta la vittoria, credo che il jazz stia vivendo un buon momento e che in ogni caso viva di luce propria…sembra che il jazz piaccia a tutti ma poi caso strano, ci sono sempre poche risorse per questo genere musicale. Personalmente sono abbastanza drastico, le influenze non mi sono mai piaciute. Giorgio Lovecchio produttore discografico Jazz

Riguardo Sanremo, sono 15 anni che non lo vedo e non lo sopporto piu.. quindi è meglio che non dica niente… anche se Gualazzi (visto velocemente su youtube) sembra un vero talento, Bosso lo ha salvato parecchio però. Lo sai che io le canzoni swing… non siamo tanto in sintonia ;-)) Marc Reynaud 28DiVino Jazz Club

TRICOLOR in Villa, con una grande sorpresa finale.

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Tricolor, tre colori di una bandiera o tre differenti culture… Se pensiamo a questo progetto, allora il nome è un po’ sottodimensionato. Gioco di parole. Perchè in realtà è stato un concerto di mille colori, quello del 27 luglio scorso a Villa Celimontana per la rassegna Latin Jazz, evento nell’evento. Quattro musicisti straordinari che posseggono il talento unito all’esperienza, la padronanza del linguaggio e insieme la capacità di offrire sempre qualcosa di nuovo. Con un repertorio Brasilian ricco di melodia e ritmo, sono stati veramente interessanti e piacevoli come bere un qualcosa di rinfrescante. La musica volava nell’aria regalando il sorriso a quanti l’hanno saputa ascoltare con il cuore, oltre che con le più regolari orecchie. Potenti, direi. Nell’insieme hanno dato prova di armonica unità, nelle singole improvvisazioni hanno regalato ciascuno momenti da brivido. Michael Rosen, ormai ottimo amico di Roma, ha voluto per questo progetto dei veri numeri uno, come Natalio Mangalavite pianista argentino, o direttamente da Rio il pluripremiato Alfredo Paixao e infine Israel Varela nato a Tijuana in Mexico, prestigioso musicista e grande esperto di ritmiche latine. Vorrei sottolineare la grande emozione regalata da ognuno dei quattro musicisti, in particolare ho trovato un pianista, Natalio Mangalavite, che ormai arriva a toccare il cielo con le dita. Nelle sue mani c’è musicalmente l’intera cultura Latin che lui tramanda con passione, delicatezza ed estrema precisione. Bravo, anzi bravissimo.

Il risultato è stata una serata veramente divertente ed esplosiva e, come se non bastasse assolutamente a sorpresa è salito sul palco il batterista statunitense, Tommy Campbell, a Roma in questi giorni per la registrazione di un disco alla Casa del Jazz per Nicola Mingo, con Antonio Faraò e Marco Panascia. Campbell, artista colossale, è stato riconosciuto dai musicisti tra il pubblico, ed invitato ad eseguire un pezzo con il gruppo. Nel brano il drummer di Philadelphia, ma residente a Tokio, ha dato prova di ‘equilibrismo’ con un assolo suonato incrociando mani e piedi, al contrario e, in pratica, contro le più note leggi della fisica.

>> FOTO DELLA SERATA

Vodpod videos no longer available.
Per il Forum Multimediale un breve video amatoriale della serata

TOM HARRELL, la sua Roma in un disco

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E’ stata una grande emozione vedere una così bella performance prima e parlare con lui dopo. Scoprire che dietro a un musicista perfetto, capace di dosare la sua grande forza come un pennello leggero con cui dipingere immagini di cristallina bellezza, si cela una persona carica di emotività, apparentemente delicata come una farfalla.

Tom Harrell alla Casa del Jazz di Roma il 19 luglio scorso ha veramente stregato tutti con il suo quintetto, in un crescendo musicale di notevole intensità, con un repertorio dedicato a Roma e contenuto nel nuovo disco Roman Nights, notti romane. Per il tempo del concerto l’attenzione del pubblico è stata massima e i tre bis concessi alla fine, oltre al tentativo di richiesta del quarto bis, dimostrano un apprezzamento totale. Nella performance risaltano i suoi tratti più tipici che già conoscevamo come il suo affinato lirismo, la sua inesauribile vena compositiva, la sua generosità verso i musicisti che lo accompagnano, Wayne Escoffery al sax tenore, Danny Grissett al piano, Ugonna Okegwo al basso e Johnathan Blake alla batteria, quattro musicisti di primissimo ordine. Colpisce la compostezza di questa ritmica, che apparentemente rimane in disparte svolgendo per lo più un ruolo di accompagnamento, ma che senza voler strappare l’applauso rivela grandi capacità e costanza nello sviluppo dei temi e nella straordinarietà dei solo. Un ritmo incalzante, quando vuole ricordare la bossa o la ‘dance’ di fine anni settanta, sempre senza esagerare e superando ogni possibile cliché. Così è la musica di Tom Harrell, fonte di ispirazione per moltissimi artisti, anche in Italia. Il suo jazz è melodico anche quando affronta lo swing; è perfettamente impregnato della cultura afroamericana di sempre ma proiettato ai giorni nostri, con il sostegno di una ritmica che si lancia in sound accattivanti e più familiari alla contemporaneità. La tromba diventa lo strumento ideale attraverso il quale Mr. Tom Harrell esprime la sua grande sensibilità e una totale padronanza del linguaggio.

Ho avuto la fortuna di scambiare con lui una battuta alla fine del concerto. Già salendo le scale verso il suo camerino ho provato una grande emozione e nel vedermi davanti a lui ho sentito un vero tuffo al cuore. Impossible astenermi dal fargli ‘la’ domanda che sin dal primo momento avrei voluto chiedergli: … Tom che cosa di Roma ti ha dato l’ispirazione per scrivere un nuovo lavoro e dedicarlo proprio alla mia città?

Tom: “Cio’ che mi ha sempre interessato qui è la cultura in generale e lo stile di vita in particolare. Io seguo con molto interesse i temi legati alla longevità, e ho scoperto che l’olio d’oliva racchiude delle proprietà “antietà” uniche; proprio questo stile di vita in Italia, che io reputo salutare è importante per me, perché quando stai bene con te stesso e in salute allora sei capace di essere positivo anche con il mondo che ti circonda, di conseguenza hai la possibilità di essere più gentile nei confronti di tutti. Inoltre mi sento legato a Roma perché mia madre mi ha sempre detto che nella nostra famiglia c’è qualche radice romana” ….Allora sei uno di noi Tom! Sei un po’ romano anche tu!! Tom: “Oh si!! Sono anche io un po’ romano” (..ridendo di cuore!)

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Questo post è privo di immagini in quanto Tom Harrell ultimamente non desidera essere né fotografato, né registrato, né ripreso in video. Nel rispetto di questa decisione non abbiamo nessun contenuto multimediale per il suo concerto. Ci rimane il bellissimo ricordo di una serata veramente unica e indimenticabile alla Casa del Jazz di Roma.

ITINERARI JAZZ. 24 ore a Umbria Jazz Winter

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Locandina di Umbria Jazz Winter 17° ed
Photo by cristiana.piraino

Il jazz d’inverno è come mettere sù un braciere per scaldare l’anima*. Con questa convinzione sono partita da Roma, per arrivare a Orvieto, gioiello umbro a  un’ora dalla capitale, che dal 30 dicembre al 3 gennaio è stata lo scenario della 17° edizione del festival di Umbria Jazz Winter. Per cinque giorni la cittadina si è trasformata in un contenitore soprattutto di musica, d’arte in genere e di molti eventi culturali.

Passare ventiquattro ore lì è stato magnifico. Abbiamo provato l’entusiasmo del bambino dentro un ‘parco giochi’ perchè Orvieto è scenario e protagonista allo stesso tempo di questo spettacolo di ottima musica che da 17 anni anima e celebra il jazz invernale in italia. Le sue viuzze fanno da sipario che d’improvviso di apre ora sulla facciata millenaria del duomo, cui la costruzione risale alla fine del XIII sec., ora sulla bellezza del campanile dodecagonale della basilica paleocristiana di S. Andrea, sorta  nel VI sec., o sugli scorci della vallata sottostante la rupe di tufo sulla quale sorge la cittadina al confine con la provincia di Viterbo, che di tanto in tanto fa capolino in mezzo ai palazzi. Insomma è stato un viaggio nel viaggio e la musica è stata sempre presente.  


Duomo di Orvieto h. 2:30 di notte
Photo by cristiana.piraino

*CITAZIONE: Gino Castaldo, Musicologo e Giornalista, nonché il mio Guru

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POST APPROFONDIMENTO

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>>> PASSEGGIATA POMERIDIANA CON IL FUNKY

>>> CENA INSIEME AGLI STANDARD

>>> DOPOCENA IN VIAGGIO CON LA GUITAR HISTORY

>>> GIG NOTTURNA DEI TOP JAZZ ITALIANI

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BOB DYLAN A ROMA: RECENSIONE di A.Lepore

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foto di type-1

ALESSANDRO LEPORE IN CONCERTO A ROMA il 9.4.2011
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Il 17 aprile 2009 Bob Dylan è stato a Roma per un concerto che può essere considerato indimenticabile. Un artista che merita tutta la nostra attenzione per la sua musica e per come la suona. Ho voluto inserire una recensione del concerto di Roma sul Blog, pur non essendoci andata, per poter lasciare una traccia di questo momento così importante per la nostra città.

A scriverla per Romalive è stata una penna molto speciale, quella di Alessandro Lepore, cantautore pregiato del panorama italiano, per il quale Dylan è stato ed è motivo di grande ispirazione. A voi la sua delicata ma profonda visione di quella sera.

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Dylan, un esempio di stile

di Alessandro Lepore

Più di quaranta anni sono trascorsi da quando Dylan cominciò a regalare al mondo autentiche poesie, probabilmente le più belle mai scritte, le quali attingono dal sociale, toccano la politica e raccontano l’amore. E Dio solo sa quanto i suoi “vecchi” brani siano di un attualità imbarazzante. Dylan ha da sempre ripudiato e respinto l’etichetta di leader sociale e portavoce di varie generazioni, condivisibile, ma questo non nega la sua assoluta genialità compositiva e la rarissima unicità del suo talento.

Da sempre è stato definito uno “antipatico”, schivo, uno di quelli che non si concede. Queste sono considerazioni dettate dalla superficialità di un giudizio che forse premia come “simpatici” coloro i quali sono prima che musicisti degli intrattenitori. Coloro i quali assecondano le voglie di un pubblico che in certi casi non vuole mettersi in discussione, di un pubblico che vuole svagarsi. E sia ben chiaro, il divertimento e l’intrattenimento sono i pilastri sui quali poggia e vive lo spettacolo, ma io credo che ci sia anche un intrattenimento più intimista che va a toccare altre corde, e che ci arricchisce in ugual misura.

Il concerto del 17 Aprile a Roma è stato per me un esempio di stile, di una classe innata che non ha mai abbandonato Dylan in tutti questi anni. Quasi due ore di musica e poesia ininterrotta. Non concede una parola se non quando, quasi a fine concerto, presenta la band. Una band strepitosa che accompagna Dylan in un susseguirsi di improvvisazione, di rock, di blues, di folk di quel cantautorato onesto e schietto che centrifuga l’anima. La sua voce è travolgente, ruvida talmente imponente da far passare in secondo piano la pessima acustica del palazzetto. Una ricerca inarrestabile, negli arrangiamenti e nella vocalità. Dylan presenta i suoi nuovi brani e stravolge le sue “vecchie” canzoni. Il pubblico si accende quando Like A Rolling Stone invade il Palalottomatica, le chitarre si fanno più aspre in All Along The Watchtower, ma il regalo più grande, per me, è la versione irriconoscibile di It’s Alright Ma. Certo le parole continuano ad essere sbiascicate, quasi incomprensibili, pronunciate con rabbia, e forse con quella timidezza di chi sa di raccontare la verità.
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Alessandro Lepore classe 1976

Sin da  bambino Alessandro Lepore, chitarra e voce, si immerge nella musica. Dallo studio del pianoforte fino al Conservatorio di Udine nella sezione percussioni. La passione per la chitarra esplode dopo alcuni anni. Fortemente influenzato dalle sonorità d’oltreoceano  – Jimi Hendrix, Johnny Cash, Paul Simon, Tom Waits, Bob Dylan, Bob Marley, Willis Alan Ramsey, Robert Jonson, Peter Gabriel, Willie Nelson, Townes Van Zandt, Neil Young, Jim Croce, Stevie Wonder e poi Jeff Buckley, Amos Lee, Calexico, D’Angelo, Damien Rice, M. Ward, Mark Growden, Norah Jones, Radiohead, Ryan Adams – si trasferisce negli Stati Uniti nel 2002, a Phoenix, Arizona, dove trova l’ispirazione per le sue prime composizioni, raccolte ora in due album How Much Time nel 2005 e 24/7 twentyfourseven nel 2008. Da un po’ di tempo è a Roma dove ha cominciato da solista a proporre la sua musica nei locali e sta lavorando ad un nuovo progetto per la formazione di una band a suo nome.

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Alessandro è un musicista di grande talento, come strumentista e compositore. La sua interpretazione dei brani è toccante, anche grazie ad una voce, vero dono naturale, di ampia estensione che parte dalle tonalità più basse per arrivare in alto, dove diventa graffiante, ma mai urlata.

Nei suoi testi, in parte autobiografici, ritroviamo l’amore come tema centrale, descritto in tanti piccoli quadri – che lui definisce ‘frammenti di realtà’ sul rapporto tra uomo e donna. Sa essere auto ironico quando racconta con il brano In the City (How Much Time del 2005) il suo viaggio verso gli Stati Uniti descrivendo la grinta iniziale di chi parte pieno di sogni e speranze e lo scontro, una volta arrivato, con la realtà, per capire che non è tutto oro quello che luccica.  A seguire il testo del brano In The City.

foto di Silvia Lisotti www.silvialisotti.com 

In the City

I had a dream hey buddy what’s happening
I was walking around with my glamorous jacket
How many funny faces you can meet in the city
I was listening to their business stuff
And walking around the question came back
What are the problems of those funny guys in the city
And I’ve always dreamed that one day I’ll be there
I could not imagine it would be a dangerous fair
For now I can see only the broken glass in the city
My poppa told me there are a lot of hungry sharks
My momma said you’ll have always to ask son
Excuse me sir which is the way to the city
But I know that you know that one day you’ll feel home
And I know there is a show and you are waiting for
I know that you are free and always you’ll be
But for now I can see only the chickens in the city
And now I’m in the city
I am in the city